La premessa suggerisce di dichiarare perché si inizia un blog: più che giusto, è sempre una buona cosa chiarire le proprie intenzioni, esprimere apertamente perché mai si ritenga di aver qualcosa da dire. E’ una corrente di pensiero particolarmente presente nella nostra civiltà e nei nostri tempi: bisogna parlare, dire, spiegare… (anche se, forse, qualche parentesi di silenzio e riservatezza potrebbe essere gradita) ma in realtà corrisponde al bisogno universale e senza tempo di ogni essere umano, che non vuol passare senza traccia sul percorso della vita, vuole parlare di sé e dei suoi pensieri. Perché non succeda come in quella battuta di un fine umorista – e mi dispiace non ricordarne il nome – a proposito della scritta su una lapide: “Nacque nel 1935, morì nel 1991. La sua vita era la virgola”.

Comunque sia, eccomi qui con il mio blog.

Per prima cosa sono andata a controllare cosa significhi blog, e ho visto che si tratta della contrazione di web log, ovvero “diario in rete”.

E allora, per iniziare, riporto qui proprio una pagina di diario. Risale a una decina di anni fa, ed è stata pubblicata sull’Agenda DDI (Donne Dermatologhe Italia) del 2007/2008 

 

 ” Donna, dermatologa:  due “qualifiche” che certamente esprimono la mia essenza, il mio significato.  A tal punto, che di solito non ho neanche bisogno di pensarci.   Geneticamente predeterminata la prima e acquisita per scelta la seconda, entrambe fanno di me quella che sono e, per felice combinazione, la loro ineluttabile realtà mi è diventata, negli anni, sempre più appagante.

   Medicina all’ Università di Padova. Mio padre muore quando sono solo al I anno; grazie mamma per il tuo sostegno sorridente e fiero,  mentre c’era ancora chi scuoteva il capo: “Far studiare una donna…e poi, medicina: uno spreco. Si sposerà, la  laurea finirà in cucina…”. Invece, paradossalmente – quasi una nemesi, questa discriminazione positiva – entrerò subito nella professione, e in Dermatologia,  anche per il fatto di essere  donna:  un Primario dermatologo cerca infatti una dottoressa, per  completare la sua équipe.

   All’ultimo anno di Facoltà, considerando una possibile specializzazione, ero decisa solo ad evitare quelle settoriali per sesso e per età, volevo esserci per ogni tipo di paziente, maschio femmina o incerto, e dal neonato in su: trattare la pelle mi consentirà questo iter professionale, va bene.

   E allora, la Scuola e la corsia, uno splendido coinvolgente costruttivo periodo di impegno e di fatica e  di entusiasmo; sul versante personale, l’incontro con l’Amore (quello che poi avrebbe rovinosamente perso la maiuscola, ma allora non lo sapevo), la Maternità (questa sì maiuscola per sempre, con Damiano e Alessandro); e, dopo 7 anni, la decisione di lasciare l’Ospedale:  libera professione, e un incarico di consulenza all’ INAIL.

   Ma qui scopro che c’è tutto un mondo che non conosco, legato alle patologie professionali. Voglio saperne di più per meglio capire e interpretare quello che può colpire la pelle in questo complesso e variegato settore, e mi indirizzo alla Medicina del Lavoro:  difficile entrare in Specialità, difficile riprendere a studiare per gli esami (è vero, non finiscono mai) ma alla fine conseguo anche questa specializzazione e le malattie cutanee occupazionali diventano il mio principale obiettivo di attenzione e di ricerca,  allergologia professionale inclusa.

   L’aspetto più interessante di queste attività è che il campo di azione si restringe solo apparentemente, in realtà l’approfondire un settore porta a vedere dettagli che prima sfuggivano, le prospettive cambiano e si aprono nuove vie:

qui incontro pazienti che pagano sulla propria cute, in presa diretta, un rischio ambientale specifico e concentrato, ma che a volte presentano,  a corredo della lesione, anche tutta la variegata sintomatologia tipica di  una “sindrome da indennizzo”;

qui approfondisco le mie nozioni di chimica, e  cerco di capire come le diverse formule  possano far vivere alla pelle un incontro indifferente, o  aggressivo, o sensibilizzante;   oppure, al di fuori del settore lavorativo, un incontro… d’amore, con risultati,  se non terapeutici, almeno migliorativi, cosmetici:  e così,  le schede di sicurezza dei materiali usati in alcuni cicli tecnologici, che  mi guidano ad individuare il rischio dermatologico negli addetti, possono aiutarmi anche a valutare  la composizione dei rimedi proposti per malattie cutanee e inestetismi.

   E adesso che ho provato a tracciare un riassunto di me – dispersiva e vaga, stilare un abstract mi riesce sempre difficile – devo prendere atto che ho percorso oltre trent’anni nella professione medica, con tutte le vicissitudini che un tale tragitto comporta, i momenti di stanchezza e il vivere di corsa, le emozioni appaganti e le delusioni,  il timore di sbagliare e le intuizioni folgoranti…

   Proprio una lunga storia. Non idilliaca, non semplice e scorrevole – niente mi è stato regalato, e ci sono stati anche  i mugugni e le ribellioni e gli “adesso pianto tutto e me ne vado” – eppure, non posso non sentirla come un dono.

    E’ la mia realtà, in essa mi identifico e mi riconosco: una donna dermatologa.

   Meglio ancora –   per usare la definizione cui spesso ricorrono i pazienti –  … una dottoressa della pelle.”

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