Con il termine làtice si indica il caucciù, o gomma naturale.
Sostanza molto nota, utilissima per le sue svariate applicazioni sia nel vivere quotidiano, sia nei programmi industriali su più vasta scala, la gomma naturale è presente in area occidentale ormai da circa tre secoli, ma, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, ha dimostrato una imprevista, progressiva e decisa aggressività nei confronti della nostra salute: ha iniziato infatti a comportarsi da allergene molto attivo, capace – a differenza della maggior parte degli altri allergeni, che entrano in contatto con l’organismo per una sola via – di penetrare sia per contatto cutaneo e mucoso, che per inalazione. E anche per ingestione: sono stati infatti segnalati casi di gravi reazioni anafilattiche in soggetti che avevano consumato cibo precedentemente manipolato e servito da personale, che, nel rispetto di norme igieniche peraltro raccomandate e apprezzabili, calzava guanti di latice. Si trattava certamente di casi particolari, nel senso che le persone colpite avevano già dei precedenti di iperreattività, ma era comunque un segnale di allarme.
Si deve quindi parlare non solo di dermatiti, ma di malattie in senso lato, da sensibilizzazione al latice. Inoltre, si tratta spesso di malattie professionali, ossia di patologie correlate ad una esposizione lavorativa
(Ricordiamo che, per definizione, la malattia professionale è provocata da sostanze, naturali o di sintesi, presenti nel posto di lavoro, che agiscono nel tempo;
I ‘infortunio è una lesione da causa violenta, acuta, in occasione di lavoro).
Intanto chiariamo subito che è corretta proprio la grafia con una sola “t”, perché la parola deriva dal latino “Latex -laticis” (linfa, liquido che sgorga) anche se ormai è sempre più diffusa la forma “lattice”, per assonanza con “latte”
E in effetti, persino per noi veneti, notoriamente inclini a ignorare le doppie anche quando sarebbero obbligatorie, riesce difficile la pronuncia dolce di latice. Più coerenti in questo caso gli Autori anglosassoni, che usano comunemente il termine Latex.
Si tratta dunque di un succo che sgorga dai canati laticiferi di molte piante, particolarmente Composite ed Euforbiacee, chiaro, simile al latte, o colorato in giallo o rosso: bianchi sono il latice del fico, della lattuga, del papavero; giallo aranciato quello della celidonia.
Per azione di varie sostanze aggiunte, o del calore, il latice tende a coagulare, Iasciando separare la fase dispersa.
Il suo ruolo fisiologico per la pianta non è ancora del tutto chiarito; si tratta di una sostanza la cui biosintesi rappresenta un risultato terminale, nel senso che si accumula, ma non è riutilizzata dalla pianta stessa. Semplicemente un prodotto di escrezione, quindi? comunque, la ferita della corteccia determina un aumento di produzione di speciali cellule, con liberazione di proteine che hanno funzione di difesa contro funghi e batteri (attività lisozimica),
La sua composizione è estremamente complessa, variabile da specie a specie, e anche da pianta a pianta della stessa specie, a seconda delle singole condizioni; mediamente, è costituita per oltre il 50% di acqua, nella quale sono disciolte, o sospese, sostanze diverse: grassi, cere, resine, steroli, proteine, enzimi; sono inoltre frequenti gli alcaloidi che possono fargli assumere le proprietà di una droga (si pensi a quello del papavero da oppio).
Ma il più importante e caratteristico contenuto di alcuni latici è costituito da idrocarburi, in particolare da quei polimeri isoprenici che Ii rendono appunto latici caucciferi, estraibili dai cosiddetti “alberi della gomma”, e che, come abbiamo visto, sono causa di possibili reazioni allergiche.
ALBERI DELLA GOMMA
Hevèa (da una voce indigena dell’Ecuador) è un genere di piante delle Euforbiacee, con 24 specie tropicali dell’America del Sud. Si tratta di grandi alberi, tra i quali I’Hevea brasiliensis è la specie di maggior importanza a livello di mercato mondiale: dalle incisioni sulla sua corteccia si raccoglie il latice per la produzione di gomma naturale della miglior qualità; i semi della stessa pianta forniscono oli per saponi e vernici.


In realtà, le piante che producono gomma naturale sono oltre 300, ma solo alcune varietà sono realmente produttive, da un punto di vista economico. Si possono segnalare, oltre alle Euforbiacee, come appunto l’ Hevea brasiliensis del Parà, le Moracee, cui appartiene la Castilla elastica o albero della gomma di Panama o Mastate Blanco

e inoltre le Composite, con il Parthenium argentato o guayule, arbusto del Messico, il cui latice è contenuto non nei tubi laticiferi, ma nelle cellule, e che dà una gomma non allergizzante, ma con molte resine e impurezze.
Il primo contatto occidentale con la gomma iniziò da Cristoforo Colombo, che aveva notato come gli abitanti delle terre appena scoperte usassero dei recipienti “impermeabilizzati” e giocassero con degli strani “globi” rotolanti e rimbalzanti. Nel 1493 egli e i suoi marinai portarono in Europa qualche esempio di quegli oggetti in gomma: è probabile che derivassero proprio dalla Castilla Elastica, ma nel clima del Vecchio Mondo i manufatti deperirono ben presto, non sopportandone le escursioni termiche, resi fragili e secchi dal freddo.
Altri successivi esploratori riportarono notizie di materiali di quel tipo, usati dagli indigeni del Centro e Sud America, ma la loro origine rimase per secoli sconosciuta. Il primo diario di viaggio in cui si riferisce che i nativi ricavavano quelle sostanze da alberi delle loro foreste risale al 1615, ma dovette passare oltre un secolo di altre vaghe o fantasiose segnalazioni, per arrivare alla prima, documentata relazione scientifica: che pervenne dall’astronomo Charles-Marie de la Condamine, il quale aveva avuto modo di osservare come le tele poste a protezione dei suoi cannocchiali diventassero impermeabili, e quindi molto più resistenti e funzionali, se spalmate con quella sostanza che i “seringueros” facevano colare dalle incisioni praticate sulla corteccia del tronco di uno dei più begli alberi della foresta amazzonica.
Charles-Marie de La Condamine (Parigi, 1701-1774) era stato incaricato, dall’Accademia francese delle scienze, nel 1735, di effettuare una spedizione nel territorio che attualmente si chiama Ecuador, per misurare la lunghezza di un meridiano in prossimità dell’Equatore. La spedizione si protrasse per otto anni, e poi La Condamine prolungò ulteriormente il suo viaggio, partendo da Quito e scendendo il Rio delle Amazzoni, e compiendo così la prima vera esplorazione dell’Amazzonia. E proprio da quel viaggio portò in patria, nel 1744, le prime descrizioni e i primi esempi di caucciù, chinino e curaro, elementi che aveva scoperto e conosciuto con la frequentazione degli Indios.
Grazie a lui, quindi, pervennero all’Accademia delle Scienze di Francia anche alcuni campioni di gomma, con la descrizione di come questo materiale fosse ottenuto dal liquido, bianco come latte, ricavato da una pianta detta Hevea. I nativi chiamavano questo prodotto cahuchu(c), da cui iI francese caoutchouc.
La prima applicazione pratica a carattere industriale risale al 1770, quando Joseph Priestley (lo scopritore dell’Ossigeno) iniziò la produzione di un piccolo, innocente e utilissimo oggetto: la gomma da cancellare. Egli aveva infatti notato che la gomma, sfregata sulla carta, ne cancellava i segni di matita. E di qui il nome inglese del nuovo materiale, rubber, dal verbo to rub = sfregare.
Qualche anno dopo si osservò che la gomma risultava impermeabile ai gas e che era solubile in trementina: e così, nel 1783, applicando tale soluzione a dei teli e aspettando l’evaporazione del solvente, si ottennero i primi tessuti rivestiti da una sottile pellicola di gomma, e i fratelli Montgolfier – ma non solo loro – seppero ben presto come usarli.
Naturalmente, gli accorgimenti e le modifiche per migliorare e ampliare la produzione della gomma si susseguirono poi numerosi: da ricordare quel procedimento particolare che consiste nella vulcanizzazione, ideata nel 1839 da Charles Goodyear, che ottenne una importante modificazione della gomma mescolandola allo zolfo e riscaldando sopra il punto di fusione di quest’ultimo. Il suo socio Hancock coniò il termine di vulcanizzazione in onore di Vulcano, dio del fuoco, e mise a punto il processo di produzione mescolando gomma e zolfo in autoclave a 150°C
Successivamente, si ottenne anche la vulcanizzazione a freddo. Nella gomma vulcanizzata la struttura è reticolata; aumentando la percentuale dello zolfo oltre il consueto 1 – 3 %, si ottengono prodotti duri, rigidi, come l’ebanite.
Quindi, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del Novecento, la richiesta di gomma stava crescendo in misura esponenziale. Iniziava nel mondo anche l’era dell’automobile, e se le prime vetture avevano ancora ruote di legno come le carrozze, i fratelli Michelin avevano però dimostrato, gareggiando nella corsa Parigi-Bordeaux-Parigi nel 1895 con una Panhard dotata di “pneumatici”, che quei nuovi tubi di gomma, fino ad allora usati solo per le biciclette, potevano non solo sopportare il peso di un autoveicolo ma anche migliorarne le prestazioni.
L’Amazzonia deteneva il monopolio naturale della gomma grezza vegetale, richiesta da ogni parte del mondo. Milioni di alberi produttivi, sparsi su oltre tre milioni quadrati di foresta vergine, rappresentavano una risorsa che sembrava senza fine, e la gomma naturale, inizialmente “da selva” e poi da piantagioni, aveva costituito un’importante fonte di ricchezza per il Brasile: dalla seconda metà dell’Ottocento i signori della gomma, a Manaus e dintorni, acquistarono potere economico maggiore dei famosi baroni del caffè.
Naturalmente, secondo una prassi che contraddistingue da sempre i comportamenti umani, i “conquistadores” avevano sottoposto i nativi a uno sfruttamento spietato e intensivo, costringendoli a lavorare in condizioni estreme, a turni serrati che iniziavano prima dell’alba, per concludersi in mattinata (il latice va raccolto prima della grande calura, altrimenti coagula, e si secca) e in egual modo sfruttando le piante senza criterio. Ben presto, la materia prima esportata dal Brasile non sarebbe stata più in grado di soddisfare le richieste del mercato…
Intanto, i Britannici stavano organizzando nuove coltivazioni per le loro colonie tropicali. Dalle Ande erano riusciti a trasferire in India l’albero dalla cui corteccia si ricava il chinino, la procedura aveva avuto successo, e cercavano di realizzare qualcosa di analogo con l’albero della gomma. Erano stati compiuti diversi tentativi per procurarsi il seme dell’Hevea dal Brasile, e se ne interessavano in particolare gli esperti del Giardino Botanico Reale di Kew (Londra), ma il seme dell’Hevea, così ricco di zuccheri, andava subito in fermentazione al caldo dei tropici, non superava il viaggio, moriva. Doveva verificarsi una serie di circostanze favorevoli perché il trasporto riuscisse, il che avvenne nel 1876, quando una nave inglese risalì il Rio delle Amazzoni per consegnare un carico, e alla ripartenza accettò di trasportare dei cesti di vimini con 70.000 semi di Hevea, preparati e spediti dall’inglese Henry Wickam: era la stagione giusta, i semi stavano proprio allora incominciando a maturare, e la nave partì da Santarem (situata alla confluenza del fiume Tapajós con il Rio delle Amazzoni, a metà strada tra le due principali città della regione amazzonica, Manaus e Belém) per arrivare dopo 400 miglia alla dogana di Belém, alla foce del fiume, e i doganieri furono provvidenzialmente molto rapidi nel far passare quella nave che conteneva “campioni botanici da fornire al Giardino Botanico Reale di Kew di Sua Maestà Britannica”.

Ha 10.000 affluenti ed è così largo che da Manaus alla foce è rimasto senza ponti fino al 2010, anno di inaugurazione del Ponte Rio Negro o Ponte Manaus Iranduba: alto 150 metri e lungo 3.500, il ponte sorge alla confluenza del Rio Negro con il Rio delle Amazzoni, a metà strada tra le due principali città della regione amazzonica, Manaus e Belém
Gli eventi si concatenarono tutti senza intoppi, dunque: ma soprattutto, si trattava di una nave a vapore, non a vela come nelle precedenti spedizioni, e quei pochi giorni di viaggio risparmiati fecero la differenza. Molti dei 70.000 semi morirono, ma una quota di circa il 4% germinò e produsse nuove pianticelle nelle serre di Kew. I giovani alberi vennero poi spediti a Ceylon (e alcuni esemplari vivono ancora oggi in quei giardini), e poi di lì a Singapore e in altre zone tropicali dell’Impero alla ricerca dei terreni e dei climi adatti in cui poter essere trapiantati, per dare origine a vere e proprie piantagioni di alberi della gomma. Gli Inglesi fecero disboscare ampie zone di foreste e coltivarono l’Hevea in Malesia e nell’isola di Ceylon. Successivamente gli olandesi la diffusero nell’Indonesia, i Francesi nell’Indocina e gli Spagnoli nelle Filippine.
Le nazioni come la Germania che non disponevano di colonie nell’opportuna area climatica si trovarono tagliate fuori da tali risorse, e non è quindi un caso che proprio da loro siano stati compiuti e realizzati i maggiori sforzi per l’ottenimento di una gomma sintetica.
LA GOMMA SINTETICA
Chimicamente, la gomma naturale è costituita da un polimero dell’ISOPRENE, idrocarburo alifatico del gruppo delle diolefine CH2=C(CH3)CH=CH2, noto anche come METILBUTADIENE, polimerizzato nella forma cis- (nella guttaperca polimerizza in forma trans-).
Nel 1909, iniziò in Germania, se pure con qualche difficoltà, la produzione della gomma sintetica; i procedimenti attuali permettono di ottenere, per polimerizzazione dell’Isoprene, un POLISOPRENE – 1,4-cis stereo regolare, che costituisce un elastomero dal comportamento e dalle caratteristiche del tutto simili a quelli della gomma naturale.
La combinazione di varie mescole di gomma, sia naturale che sintetica, ha permesso negli anni di ottenere materiali sempre più resistenti agli agenti atmosferici e alle alte temperature. Con l’invenzione del battistrada e la massiva produzione di pneumatici, la produzione di gomma si è legata sempre più all’industria automobilistica, e successivamente a quella aerospaziale; ma per quanto siano perfezionate le gomme sintetiche, si è visto che l’elasticità e l’aderenza della gomma naturale sono ineguagliabili, e la rendono unica e insostituibile soprattutto per gli pneumatici degli aeroplani, programmati per resistere alle formidabili forze di attrito in fase di atterraggio.
È stato calcolato che l’industria degli pneumatici assorba oltre il 70 per cento di tutta la produzione mondiale di gomma naturale.
LE PATOLOGIE DA SENSIBILIZZAZIONE AL LATICE
Ma perché, da poco più di quarant’anni, il LATICE NATURALE è diventato un allergene tanto importante?
Era già nota l’evenienza di allergie alla gomma, con dermatiti da contatto, per sensibilizzazione ai suoi componenti, presenti nei
Vulcanizzanti perossido di benzoile
Acceleranti carbammati, tiurami, guanidine, urea, naftilamina, mercaptani
Antiossidanti derivati della parafenilendiamina, fenoli
ma quella più recente patologia che esprimeva una sensibilizzazione IgE-mediata con manifestazioni spesso a carico di più organi, e così progressivamente in crescita da costituire una emergenza sanitaria, aveva esordito sulla scena mondiale con il sapore di una imprevista e sgradita novità.
Veramente, già nel 1927, in due pubblicazioni tedesche, c’era stata la prima segnalazione ufficiale di tale evenienza, ma è nel 1979 che, sul British Journal of Dermatology, il Nutter pubblica il suo lavoro su un caso di orticaria da contatto con guanti di gomma, in una casalinga: egli dimostra che la paziente presenta prick-test positivi non solo al latice naturale, ma anche ad un estratto di foglie dell’albero della gomma! l’intuizione è stata collegare le manifestazioni cutanee al contatto con il manufatto finito (guanti in latice) e verificare che l’allergia è proprio correlata alla sua sostanza madre, alle sue origini. Ed è una sostanza naturale, vegetale.
In quell’ultimo ventennio del secolo scorso, più fattori hanno contribuito all’insorgere e al diffondersi della nuova allergia:
si stava allora manifestando una allarmante patologia virale altamente contagiosa (corsi e ricorsi della storia!): causata dal virus HIV (Human Immunodeficiency Virus), poteva determinare una sindrome mortale, da immunodeficienza acquisita, l’AIDS. La conoscenza delle modalità di contagio attraverso il sangue infetto fece adottare più severe normative per la sicurezza in ambito sanitario, con aumento esponenziale dell’uso dei guanti in latice; ma l’AIDS è una malattia sessualmente trasmessa, per cui si rafforzò anche la raccomandazione dell’uso dei preservativi;
Il mercato si adattò prontamente alla maggior richiesta del materiale, promuovendone l’incremento della produzione mondiale, cui conseguirono
- sfruttamento intensivo di coltivazioni forzate, con metodiche affrettate
- accorciamento dei tempi di stoccaggio nei depositi e nei trasporti, e quindi con immissione in commercio di guanti a maggior contenuto allergenico
Un altro fattore allergenico fu anche la
modificazione della polvere lubrificante dei guanti, dal talco minerale all’amido di mais.
A partire dagli anni ’80, in concomitanza con l’aumento di consumo dei guanti in latice in ambito sanitario, il talco minerale che costituiva la polvere lubrificante venne sostituito con l’amido di mais, per evitare il rischio di granulomi, osservati in qualche ferita chirurgica.
Ma il talco, a fronte del rischio granulomi, presenta il vantaggio di legare in modo irreversibile le proteine allergeniche del latice, diventando un antigene corpuscolato, come gli antigeni capsulari di certi batteri.
Inoltre, è più pesante e meno inalabile rispetto all’amido di mais, tende a cadere.
Per contro, I’amido di mais, di per sé assolutamente innocuo, si carica delle proteine allergeniche del latice, e ne rilascia una gran parte quando giunge in un mezzo acquoso come la pelle umida e le mucose: diventa quindi veicolo di allergeni solubili, comportandosi come i granuli pollinici e le particelle allergeniche degli acari, generando una risposta immunologica con induzione di anticorpi IgE.
Gruppi a rischio:
- Atopici
- Lavoratori in ambito sanitario
- Bambini plurioperati
Dalla lunga storia della gomma, abbiamo già visto come molti oggetti di uso comune contengano latice e come l’umanità ne venga a contatto da secoli, ma senza conseguenze per Ia maggior parte delle persone.
L’allergia al latice colpisce dall’1 al 2% della popolazione generale, e tutte le osservazioni hanno dimostrato che la sensibilizzazione al latice è più probabile negli operatori sanitari, a causa ovviamente dell’esposizione a un contatto prolungato e frequente,
(prevalenza in operatori sanitari europei 3 -11% che può aumentare al 7 – l5% in personale di chirurgia: questi erano i dati che avevo trovato nel 1994)

Una recente pubblicazione (luglio 2021) di A.S. Parisi e coll., dell’Ospedale Italiano di Buenos Aires ” Aggiornamento sull’allergia al lattice: nuovi approfondimenti su un vecchio problema”, riporta una più larga gamma di prevalenza, indicando una sensibilizzazione al latice, nella popolazione generale, compresa tra ≤ 1% fino ad un massimo del 7,6%; e, nei vari gruppi esposti professionalmente, una prevalenza tra il 25 e il 50% nel personale sanitario (medico e infermieristico), in particolare dell’area chirurgica
Studi epidemiologici hanno dimostrato ormai da circa trent’anni che una popolazione specifica di pazienti come quelli con spina bifida è a maggior rischio di sviluppare un’allergia al latice, con una prevalenza di ipersensibilità compresa tra il 20% e il 65%. L’ipersensibilità è probabilmente correlata, in questi pazienti, alla ripetuta esposizione al latice durante i numerosi interventi chirurgici e procedure correttive cui vengono sottoposti fin da bambini.
Anche i pazienti con cateterizzazione ripetuta a causa di anomalie urologiche sono a maggior rischio.
FRAZIONI ALLERGENICHE DEL LATICE
Come per tutti gli allergeni naturali, ci si trova a considerare una struttura complessa. Il primo ad essere identificato è stato il c.d. Allergene Maggiore, proteina di 58 kD, formato da una sequela di aminoacidi che costituiscono il REF (Rubber Elongation Factor, Fattore di allungamento della gomma) presente già nell’albero della gomma e quindi nel latice che, per incisione, ne sgorga.
Sono state poi identificate, negli anni, molte altre frazioni, e ognuna di esse è indicata con
- le prime tre lettere del genere (Hevea = Hev)
- la prima lettera della specie (brasiliensis = b)
- il numero arabo progressivo, secondo la cronologia della scoperta
quindi da Hev b 1 in poi, e siamo arrivati attualmente a Hev b 15
SINTOMATOLOGIA
Il quadro clinico classico della allergia al latice, che si osserva più frequentemente, esordisce con una
orticaria da contatto: la persona che ha calzato guanti in latice avverte sensazione di prurito e bruciore alle mani, in particolare sulla superficie dorsale;

naturalmente i sintomi non si manifestano al primo incontro, c’è sempre un periodo iniziale di latenza, la memoria allergica deve depositarsi nel sistema per far scattare l’allarme; ma poi, una volta sensibilizzato, l’organismo protesta in tempi sempre più brevi, tanto che può diventare intollerabile il semplice ingresso in una stanza in cui c’è qualche manufatto in latice di gomma;
seguono in genere prurito palpebrale, lacrimazione, rinite e, nei casi più gravi, dei veri e propri attacchi d’asma.
La prevenzione è fondamentale per ottenere buoni risultati per i pazienti con allergia, evitare il contatto con la sostanza allergizzante sarebbe la norma più ovvia e sicura, ma abbiamo capito che in questo caso non è proprio facile:
poche altre materie prime sono infatti così presenti in tanti oggetti di uso comune, quanto la gomma naturale. Recentemente, la produzione mondiale è arrivata anche a 20 milioni di tonnellate all’anno, e la distribuzione capillare di questo materiale è tale da rendere praticamente impossibile non trovarsene a contatto. Basti pensare a pneumatici, suole di scarpe, cancelleria, elastici, guaine isolanti per i cavi, guarnizioni di motori e di elettrodomestici, palloni e palline da sport…

Fortunatamente, non tutti i prodotti in gomma sono egualmente allergizzanti, lo abbiamo già compreso nel viver quotidiano, e lo studio delle procedure di lavorazione e produzione ha confermato che conservano la carica di proteine allergeniche vive e attive quelli che vengono realizzati in processi con vulcanizzazione a basse temperature. E sono appunto gli oggetti facilmente riconoscibili di cui ci stiamo qui occupando, quindi guanti, preservativi, lacci emostatici, cateteri;


ma aggiungiamo inoltre palloncini, adesivi, palline koosh e alcuni giocattoli, anche questi tutti particolarmente presenti in ambito sanitario: non rivestono infatti un ruolo tecnico, funzionale, ma entrano come componenti di festa e leggerezza nel mondo infantile e quindi di conforto nei reparti di pediatria.
I prodotti con questo tipo di gomma rappresentano il 10 – 12 % della intera produzione. Gli altri sono vulcanizzati a caldo, a temperature molto elevate e per periodi prolungati, così che le proteine allergeniche vengono in gran parte denaturate e scisse in piccoli peptidi, provvidenzialmente incapaci di risvegliare la risposta anticorpale delle Immunoglobuline E.
Latex-Fruit syndrome
E’ emerso fin dai primi anni di studio e osservazioni che i soggetti con determinate allergie alimentari, in particolare quelli che reagiscono ai cibi derivati da piante e consumati freschi, sono a maggior rischio (fino al 40%) di reazioni al latice. La prima associazione osservata, nel 1991, fu la cross-reattività latice-banana, cui si aggiunse nel ’92 l’avocado, e successivamente Kiwi e castagna: la definizione Latex-Fruit Syndrome (letteralmente sindrome latice-frutto) venne proposta nel 1994. E’ interessante il rilievo che non sempre è facile determinare cosa nasce prima (o quanto meno i pazienti non sanno riferirlo) e che la reazione si può svolgere nei due sensi: gli allergici a certa frutta sono a maggior rischio di reazioni al latice/ gli allergici al latice possono acquisire una maggiore reattività a quei frutti.
Hev b 2, Hev b 6.02, Hev b 7, Hev b 8 sono gli allergeni identificati come responsabili di queste reazioni crociate, che spesso si manifestano anche con gravi fenomeni di anafilassi
DIAGNOSI
sempre fondamentale l’anamnesi, ricostruire la storia clinica dà il primo orientamento per l’interpretazione dei sintomi;
Le indagini diagnostiche sono quelle in uso per le patologie allergiche.
- dai test epicutanei
- alla ricerca delle IgE specifiche nel siero
- ai test di provocazione (Challenge-Test): il più semplice e diretto consiste nell’uso del guanto, da 15 min. a due ore, e si osserva la reazione cutanea; con maggior prudenza, e solo in ambienti attrezzati, anche il test di provocazione bronchiale, con valutazione della funzione polmonare e dei sintomi bronchiali.
…e TERAPIA
Come già detto, la prima arma terapeutica sarebbe evitare l’esposizione all’allergene, ma non sempre questo è realizzabile
Si è naturalmente cercato, fin dall’emergere del problema, di ridurre comunque l’impatto con il latice naturale di gomma soprattutto negli ambienti di lavoro. L’adozione di guanti depolverati (abbiamo visto che le polveri in uso, di per sé non allergizzanti, costituiscono un potente mezzo di diffusione delle proteine allergogene) nelle sale operatorie e negli ambulatori ha portato a discreti risultati;
nelle attività di lavoro asciutto, e a minor rischio sul versante sicurezza anti-microbica e anti-virale, vengono proposti i guanti in vinile o in nitrile;
sono state allestiti, nei maggiori ospedali, percorsi diagnostici e sale operatorie prive di oggetti e strumenti in latice di gomma (latex-free), per non esporre a rischio i pazienti con sensibilizzazione già nota, ma può trattarsi solo di situazioni isolate, non proponibili a grandi numeri, per difficoltà tecniche e costi elevati.
I tradizionali protocolli terapeutici in uso per gli allergici, con farmaci-base come gli antistaminici e i cortisonici, sono spesso prescritti come sintomatici per dare almeno un transitorio sollievo ai pazienti; ma nel caso di accertata sensibilizzazione al latice va considerata la possibilità di episodi gravi fino allo shock anafilattico per eventuale esposizione ripetuta, e va quindi prescritto l’auto-iniettore di adrenalina, con relative istruzioni;
si è compiuto anche qualche studio sull’immunoterapia sottocutanea con estratti di latice, con risultati di un miglioramento dei sintomi, ma con una sequela di effetti collaterali, da una reazione locale nella quasi totalità dei casi, a reazioni sistemiche in oltre il 40% dei casi. Forse un po’ meglio tollerata l’ immunoterapia sub linguale, effettuata soprattutto in gruppi di bambini: ma sono comunque esperienze molto limitate, anche per la difficoltà, in tutto il mondo, di procurarsi degli estratti commerciali standard e omologati, e le linee-guida ufficiali non la considerano una indicazione provata e accettata per l’allergia al lattice.
Farmaci biologici: come in molte altre forme di orticaria da contatto, è stato sperimentato il trattamento con l’anticorpo monoclonale anti-IgE omalizumab, che ha dimostrato un’attività antiallergica oculare e cutanea clinicamente significativa negli operatori sanitari con allergia professionale al lattice, ma sono necessari ulteriori studi per valutare il rapporto costo-beneficio di questo trattamento, quando l’esposizione sul posto di lavoro non può essere evitata.
Abbiamo dunque constatato che l’allergia al latice di gomma rimane un problema aperto, soprattutto nell’ambito dell’esposizione professionale, e di non facile soluzione anche se ormai ben noto: lo si affronta, lo si tiene sotto controllo, ma al momento non è certo possibile realizzare ambienti diffusamente e sicuramente latex-free.
La gomma rappresenta una risorsa economica per i Paesi fornitori, e il suo commercio influenza i mercati di tutto il mondo. Londra aveva assunto inizialmente funzioni di mercato internazionale, ridistribuendo almeno il 50% delle importazioni. Nelle attuali dinamiche commerciali che attanagliano ormai tutto il pianeta, il prezzo della gomma non è correlato ai costi di produzione, ma è stabilito dallo SHFE (Shanghai Futures Exchange), Ente fondato negli anni Novanta e gestito dalla China Securities Regulatory Commission, che si occupa di regolare il mercato azionario di metalli, carburante, gomma… È accaduto così che negli ultimi anni il prezzo della gomma per tonnellata si sia mantenuto su valori piuttosto bassi: per incrementare i profitti i coltivatori sono stati quindi indotti a sfruttare eccessivamente gli alberi, incidendo il tronco più a fondo e con maggiore frequenza, esponendoli così a un progressivo indebolimento e ad una maggiore vulnerabilità alle malattie
Il comitato che include i maggiori produttori mondiali di gomma, l’ International Tripartite Rubber Council (ITRC) aveva previsto, alla fine del 2019, che la produzione di gomma naturale sarebbe diminuita, nel 2020, del 7 per cento. Ma poi c’è stata la pandemia da Covid-19, e tutte le previsioni sono saltate.
Nel gran gioco delle parti, si assiste dunque al ripetersi di quell’andamento che caratterizza molti ruoli umani da sempre: qualcuno che dirige e programma, i gruppi intermedi che gestiscono, e alla base la gran massa di quelli che devono rendere e produrre, perché la goccia stillata da ciascuno possa confluire nel mare grande della ricchezza che poi si incanalerà per chiudere il cerchio e tornare al vertice della piramide.
E comunque, se veramente si arrivasse a una crisi di produzione della gomma (tralasciando il dettaglio che se i prodotti in gomma sparissero sarebbe la soluzione ideale per i nostri allergici al latice, ma abbiamo già capito che questo non accadrà …) una delle soluzioni più semplici e immediate potrebbe sembrare quella di piantare più alberi di Hevea o di Castilla, ma occorre considerare che devono passare almeno sei-sette anni prima che gli alberi siano pronti per la produzione di latice. E soprattutto, se si vuole allargare la visione e incominciare un po’ a rispettare l’andamento naturale della nostra bistrattata madre Terra, va considerato che, proprio come è stato fatto (e si continua a fare) con la palma da olio, sarebbe l’ennesima condanna per la biodiversità e comporterebbe in molti casi nuove deforestazioni.
Intanto però continuano da anni anche le ricerche di alternative alla gomma naturale da Hevea, e una delle piante oggetto di studi recenti è il tarassaco TKS (Taraxacum kok-saghyz),

detto Tarassaco russo ma originario del Kazakhstan e infatti noto anche come dente di leone kazako. In realtà, le prime coltivazioni sperimentali in Russia e negli Stati Uniti erano state avviate già durante la Seconda guerra mondiale, quando si incominciò a temere il rischio di prolungate interruzioni degli approvvigionamenti di latice dall’Asia Il tarassaco, a parità di terra coltivata, rende circa dieci volte di meno rispetto alle coltivazioni di Hevea, ma sono in fase di studio procedure e tecniche per avviare coltivazioni verticali. Il processo di estrazione del latice è completamento diverso, prevede la distruzione delle piante, con spremitura delle radici essiccate, ma il raccolto è pronto in tre mesi e si producono inoltre molti semi che possono rapidamente essere ripiantati.
Un’altra pianta oggetto di studi e attenzioni recenti è il già citato guayule (Parthenium argentatum), arbusto legnoso originario del territorio mesoamericano, in particolare il Messico, da tempo utilizzato per la produzione di un latice che non provoca le allergie note al latice della gomma; ne esistono estese piantagioni in Arizona, e l’ENI ne ha avviato una coltivazione sperimentale in Sicilia. Nei primi due anni la pianta non dà raccolto, ma dal successivo rende raccolti annuali


Un altro indice di attenzione al problema – visto che si prevede che, soprattutto con la crescita del mercato delle automobili nei paesi in via di sviluppo, la domanda mondiale di gomma naturale continuerà a crescere – viene proprio da alcuni grandi acquirenti di gomma, i produttori di pneumatici Bridgestone, Continental e Goodyear, i quali hanno sancito un accordo (Global Platform for Sustainable Natural Rubber) per vietare l’acquisto di gomma coltivata in aree sottoposte a deforestazioni recenti.
E infine, un segnale positivo viene anche da alcune multinazionali che si occupano della catena di approvvigionamento e vendita di beni di consumo a livello mondiale e che stanno cercando di promuovere l’introduzione di un prezzo minimo per la gomma, così da realizzare quelle condizioni di base, come nel commercio equo e solidale già presente per caffè e cacao, che potrebbero garantire il sostentamento dei piccoli proprietari nei paesi in via di sviluppo.


per raggiungere poi ogni parte del mondo e diventare









e molto altro ancora …
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